Roberto Michelangelo Giordi – “Aliene sembianze”

In un’epoca cosi claudicante di umanità e qualità artistica, quanto spazio c’è ancora per chi si impegna ad offrire prodotti culturali che possano durare nel tempo, come l’immenso patrimonio che ci han lasciato la “vecchia”
scuola cantautorale ? E, soprattutto, ci sono ancora margini per battere sentieri testuali senza incorrere in tematiche inflazionate? Chi crede che sia stato già detto e scritto tutto si sbaglia di grosso! Credo che al cantautore-scrittore napoletano Roberto Michelangelo Giordi vada riconosciuto, col quinto album “Aliene sembianze”,l’eroico e pregevole tentativo di un progetto parallelo disco-libro con lo stesso titolo, per intarsiare meglio la sua esplicazione fantasy , nella quale i suoi protagonisti sono alla ricerca di mondi paralleli che possano ridare senso e dignità all’esistenza, pregna (ahimè!) di ignoranza, smarrimento culturale ed egoismo prevaricante.

Sfida i tempi con ben 14 canzoni, elargendo cosi all’orecchio tre quarti d’ora dotti e ricercati: operazione considerata (biecamente) rischisa e poco ammiccante verso timing radifonici. Ma, in fondo, cosa importa? L’importante è, in primis, salvaguardare i propri “credo” e poi, se sboccia dell’altro, ben venga. Quindi, c’è “Spazie e Tempo” per gustarsi quest’opera, come titola l’ingresso della tracklist, in un narrato intimo, confidenziale e sempre misurato nei toni. L’acustica alquanto prevalente in “Gare de Lyon”, “Mio amor” e “Il venditore di ombrelli” ci sussurra un Giordi ponderativo ed elegante, con tatto umorale di gran classe, mentre la stramberia francoise di “Le Nom” spiazza non poco, ma va bene cosi e ben vengano le sorprese: dà aria alle stanze compositive, parimenti a “Io pettino le bambole”, in aurea medieval-goliardica. E, tra idealismi di libertà (“25 Aprile”), flussi bossa-fusion (“Il tutto e il Niente”) e narrati arcaici di “Umane sembianze”, alligna quello stilismo carezzevole che alimenta l’humus evocativo di speranze costruttive e riconciliazioni sociali.

Eh…si, l’uscio che lascia sempre aperto Roberto è proprio “La porta dei sogni”, collocata opprtunamente in coda all’album e laccata di delicatezza pianistica che tocca il cuore con garbo finissimo. Progetti come “Aliene sembianze” vanno incoraggiati a prescindere, in quanto riesce difficile immaginare che almeno uno (tra disco e libro) non possa risultar gradito. Visto il doppio impegno espresso da Giordi, emuliamolo, almeno, nel duplice impegno di non scartarlo prematuramente: sarebbe come lasciarsi sfuggire un tocco di vera arte che lotta eroicamente nel buio di una dilagante crisi estetica. Grazie Roby!

MAX CASALI