Michele Maccaferri – “Malecherifarei”

Mi intrigano dischi cosi , perchè da una parte tirano in ballo l’immaginario d’effetto e dall’altra ti pungolano riflessioni d’urto, mai
scevre dalla realtà. E’ ciò che trapela il cantautore bolognese Michele Maccaferri che, per scegliersi l’alias d’arte, si è anagrammato
il nome in Malecherifarei: guizzo estroso, non c’è dubbio, ma rimarrebbe solo una simpatica trovata isolata se l’idea non andasse di pari passo
con la validità dei nove brani dell’omonimo debut-album. Battiti cadenzati scorrono nel plasma dell’opener “Sangue nelle vene”, elettrificata con dosaggi
grintosi per affrontare i timori del naufragio di una storia e supportata dalle splendide sequenze sottomarine del video-single, mentre
nell’albero di “Senza di te” crescono foglie d’elettronica indie, col narrato che predilige toni bassi in un’espansione visionaria di un
prete reincarnato in cane , dopo che tentazioni immorali lo avevano invaso fino al suicidio. Di certo, con l’intensa esperienza in campo
foto-visivo, Michele rende i suoi filmati un’esperienza surreal-sensoriale. Dopo la sferzata tipicamente cantautorale di “Come mi vuoi tu”, si
svolta nel bivio malinconico di “Via di quà”, nel quale cede la mano alla sfera affettiva e al disinganno strisciante. Poi, entra in un
vi(n)colo d’astrattismo sonoro in “Pensa che bel mondo”, il quale lambisce l’ipnotismo più fruibile, il territorio più accessibile per
l’orecchio senza estraniarlo oltremisura. Invece, “Il guardiano del faro” è la tappa più vintage del disco, sia nella formula esecutiva che
nel relativo video, con immagini adescate dal noto Verne-movie “20000 leghe sotto i mari” , con quel bianco e nero scattoso che suggestiona
con fascino intramontabile, in un mood che stimola anfratti di smarrimento umano. A chi non càpita mai di trovarsi in “Altomare” per le
catene che, sovente, t’impone il passato , tra la voglia di uscirne e l’anelito di re-settare tutto per vivere il presente in piena aderenza
alla realtà? Infatti, qui la reminescenza è sonorizzata con un mid-tempo retrò, figlio di certi ricorsi 70’s. Tuttavia, senza tradire troppo l’amore
per fotografia, immagini e cinema, Michele realizza che la musica è, ormai, il punto di non ritorno e, con questi incastri e parallelismi d’arte,
avrà modo di rinnovare la sua proposta cantautorale con dettagli sempre più messi a fuoco, per maturare un personale carisma ispirativo che,
al momento, gli deriva (in parte) dai vari Lou Reed, Cohen e Michael Gehring. Però, in futuro, se non ci saranno cali d’attenzione, saprà
distaccarsene totalmente con evolutiva maestranza artigianale.

MAX CASALI