Elli De Mon – “Songs of mercy and desire”

Cosa spinge una rocker blues a scegliere la strada della one-woman-band? Presunzione o semplicemente l’aver constatato che metter su un gruppo è più complicato e le decisioni più difficili? E’ probabile che sia questo il perché della scelta di Elli De Mon (Elisa de Munari) , che arriva al terzo progetto di lunga durata “Songs of mercy and desire”, riportando in netto rilievo le sue origini con immancabili stilettate di blues ma anche con quadretti morbidi e racconti d’intensa intimità. L’acida slide-guitar fa da sfondo all’iniziale “Louise” in cui Elisa sfoggia un canto filtrato e vibrante, similarmente come in “Grinning in your face”, mentre “Let them out” è un grintoso blues-punk , sicuro retaggio della sua militanza passata negli Almandino Quite Deluxe. Tocca a “Riverside” sussurrare una country-track , fitta di incroci acustici di grande effetto. Svela una doppia identità “Elegy” , partendo come intima narrazione per sfociare poi in uno strale blues secco ed urticante e, per non far dimenticare il suo grande amore per le influenze indiane, ci pensa “Chambal river” con inserti di emblematico sitar. Notevoli sono i derivativi scorci stilistici captabili nel disco: predominanti quelli di Alice Coltrane e Fred McDowell, striscianti quelli di Son House, Kyuss e, soprattutto Jon Spencer Blues Explosion,( idoli di Elly), la quale ha avuto anche la grande occasione-emozione di aprire alcuni dei loro concerti e, inoltre, certi richiami afroamericano sparsi qua e là. In traccia sei troviamo il mantra “Wade the water” con voce effettata a braccetto con stridule sonorità spiazzanti. Invece, “Storm” è una “tempesta” esecutiva che rende onore all’efficacia della slide-guitar che galoppa in una ritmica serrata e dirompente, mentre una garbata grancassa sottotraccia echeggia in “Granpa”, al servizio di un tappeto acustico dinamico, tra svisate di gran tecnica e un retrogusto dall’impatto elegante. Le conclusive “Flow” e “Tony” sono atti laconici e toccanti, in un “flusso” di dolcezza , intime suggestioni ed un pizzico di velata oscurità. In definitiva, la songwriter vicentina con “Songs of mercy and desire” non ha fatto trasparire la presunzione di risultare una rocker dal feel blues afroamericano ma ha dimostrato che basta dare ascolto alla propria sensibilità per formulare un lodevole trademark artistico e, “pasticciando” efficacemente con svariati generi, ha equipaggiato l’astuccio della sua musica con tanti colori vivaci.

MAX CASALI