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Aries Field – “The Halo Behind the Sun”

“Chi fa da sè fa per tre”. Mai proverbio fu più azzeccato se dobbiamo parlare di Aries Field. Avrete capito, insomma, che stiamo parlando di una one man band, portata avanti totalmente dal bravo e vulcanico Fabio Stroppa, chitarrista in primis, ma da come si può ammirare in questo “The Halo Behind the Sun”, musicista e compositore a 360 gradi. Infatti sia musiche che testi sono suoi, e abbiamo un risultato finale davvero sorprendente.

Non conosciamo molto del passato di questo progetto, quindi andiamo dritti a parlare di questo album. Il genere proposto da Aries Field è classificabile a grandi linee come rock pesante, ma ascoltando l’album vi accorgerete che sono tante le influenze che riescono a completare questa piccola “opera musicale”. E usiamo questo termine non a caso, perchè parliamo anche di un concept album, in quanto le canzoni sono tutte collegate tra loro nel portare all’ascoltatore lo svolgimento di accadimenti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale nella zona asiatica. I toni sono per lo più grigi, e in pochi casi abbiamo una apertura a cose più “allegre”. Anche se in apparenza potrebbe sembrare che le nubi si aprano per lasciare spazio alla luce, le canzoni riportano sempre i toni su un substrato che oseremmo dire quasi drammatico, o perlomeno “sentito”. La capacità di Aries Field è proprio questa, cioè di saper trasmettere molto a chi ascolta, e trasmettere un feeling molto carico a livello emotivo, anche negli episodi in cui la voce non è presente, come ad esempio in “Revelation”.

Tanti brani buoni si susseguono in questo album, a partire da “Sentence”, quasi epica nel suo incedere, con chitarre pesanti stoppate e un crescendo che porta poi al bel ritornello. Anche “Material” ribadisce più o meno le stesse coordinate stilistiche, ma rimembra quella vena cupa di cui parlavo in apertura. E questo sarà il leit-motiv di tutto l’album, in altri pezzi davvero validi come “Land Of No One”, “The Man Against The God”, “Trail of Blood” e la bellissima “Battle of Nevermore”, che segna la fine dell’album, con oltre sette minuti di durata, ma nei quali l’ispirazione non viene mai meno. Forse l’unico pezzo che io ho percepito come “allegro”, o comunque positivo è “Where the Sun Won’t Fall”, e se devo essere onesto non l’ho trovato molto convincente, se non per il finale in cui le chitarre si fanno più minacciose e l’atmosfera all’improvviso si fa pachidermica.
Proprio per questa capacità di variare e per la sua preparazione strumentale, Aries Field va promosso non dico in tutto, ma quasi. E’ encomiabile l’enorme lavoro che ha svolto, ed è sicuramente apprezzabile il risultato, perchè se ai pezzi che ho già evidenziato, aggiungiamo un altro bell’episodio come “Warrior”, e facendo due conti, abbiamo un totale di 6-7 canzoni di valore. E in un album non è poca roba. Disco più che consigliato., quindi.

REDAZIONE

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